domenica 2 gennaio 2011

Le scorie umane del nucleare "alla francese"

http://www.globalproject.info/it/community/Le-scorie-umane-del-nucleare-alla-francese/4353


Le scorie umane del nucleare “alla francese”

di Di Tommaso Basevi
24 / 3 / 2010

Li chiamano “ jumpers “: i saltatori. Oppure i “nomadi del nucleare”.

Sono lavoratori senza fissa dimora, che percorrono la Francia inseguendo una chiamata. Dormono in campi roulottes alle porte delle centrali nucleari, pronti a intervenire per i lavori più rischiosi: manutenzione idraulica, meccanica, pulizia dei macchinari ad alto tasso di radioattività.

Per 50 anni nessuno si è mai interessato a loro. Invisibili. Fagocitati dal silenzio, aspirati dal reattore. Oggi le loro voci cominciano a farsi sentire provocando fissure che alzano il velo su una contaminazione nascosta e su tante menzogne propagandate come verità scientifiche.

Un documentario (“R.A.S - Nucléaire. Rien à signaler” di Alain de Halleux, distribuito da Iota Production e Crescendo films) alcuni romanzi “sociali” di cui uno, “La Centrale” (Elisabeth Filhol, edizioni P.O.L) che, a sorpresa, ha scalato le classifiche delle vendite Oltralpe e che sarà prossimamente tradotto anche in italiano.

La storia dei 22 mila lavoratori “precari” del nucleare d’Oltralpe rischia di incrinare le granitiche certezze e i segreti racchiusi nei perimetri invalicabili dei 19 siti nucleari francesi e nei caveaux dei grandi gruppi che gestiscono il business dell’atomo. “Improvvisamente questa gente si è messa a parlare.

Lo spirito di corpo ha smesso di funzionare. Prima molti di loro si sentivano comunque parte di una “grande famiglia”, quella dell’industria nucleare, fiore all’occhiello di un intero paese. Il fatto che abbiano cominciato a vuotare il sacco è il segnale che la situazione è veramente grave” avverte de Halleux. “Fino agli anni 90 il nucleare civile in Francia era legato a una nozione di servizio pubblico. Alla base c’era un’idea di per sé “generosa”: quella di fornire energia a basso prezzo a tutti i cittadini.

La privatizzazione parziale di EDF ha cambiato completamente lo scenario. L’imperativo ora é fare soldi e farli in fretta anche a scapito della sicurezza” aggiunge la sociologa del lavoro Annie Thébaud-Mory. Il libro “La Centrale” è una sorta di Germinal dei tempi dell’atomo. Racconta la storia di Yann, 25 anni, un “jumpers”, un “palombaro” assunto con “contratti a termine” attraverso le agenzie interinali che come funghi proliferano nei villaggi delle zone vicine alle centrali e che forniscono manodopera a buon mercato ai colossi del settore come Areva (che detiene di fatto il monopolio della costruzione degli impianti) e EDF il gigante dell’energia che ora deve fare i conti con la concorrenza della privatizzata GDF-Suez. Come i suoi compagni Yann deve “tuffarsi” nel generatore di vapore che alimenta il reattore e che a intervalli regolari va revisionato (ma il sistema dei subappalti ha tra le tante nefaste conseguenze quella di aver reso più laschi i controlli e ridotto al minimo i tempi degli arresti di produzione).

Un’operazione lampo che deve durare non più di 120 secondi pena un sovrairradiamento che lo costringerebbe a restare in quarantena e a perdere quindi parte del suo salario. Confrontato alla defezione di uno dei suoi colleghi “paralizzato” dalla paura che lo ha colto al momento del “tuffo” scopre quello che si era sempre impedito di scoprire.

Il nucleare uccide e i jumpers più che atleti che flirtano col rischio sono “carne a neutroni” “corpi in affitto”, “lavoratori che per campare vendono la propria dose di 20 millesivert”, il massimo di irradiamento annuale consentito per legge, in cambio di un salario che si aggira tra i 1200 e i 1500 euro mensili. Pierre Lambert, scafandrista, ricorda il suo primo giorno di lavoro nella centrale di Chaux: “Mi hanno chiamato la sera prima dicendo di presentarmi in centrale per un intervento urgente. Assieme a un collega ci siamo trovati ai bordi di una splendida piscina color blu cobalto. Ci siamo immersi.

Quando siamo usciti dalla vasca di raffreddamento il sistema d’allarme ha suonato. Mi hanno detto che ero contaminato e che rischiavo una leucemia. Li per li non senti niente e speri di essertela cavata. Poi a poco a poco gli immunosoppressori attaccano i tuoi muscoli e ti ritrovi senza più la forza di reggerti in piedi. Sul volto compaiono delle ecchimosi, ti guardi allo specchio e assomigli a un mostro. Io ho citato EDF in giudizio. Mi hanno risposto che per gli incidenti sul lavoro in campo nucleare dopo 10 anni scatta la prescrizione” 10 anni: il tempo di incubare la malattia e di occultare le cause che l’hanno provocata. Pensare che il caso di Pierre rientri nelle statistiche riguardanti gli incidenti sul lavoro rimediati nel settore del nucleare è illusorio.

Perchè ai termini di legge i salariati delle imprese subappaltanti di Areva e EDF non sono considerati lavoratori del nucleare. Sono esclusi dal conteggio. I dati esistenti riguardano soltanto il personale interno (i dipendenti di Areva o EDF) che, grazie alla liberalizzazione degli ultimi anni, spiega Annie Thébaud-Mony “sta ormai in cima alla scala gerarchica.

Il “lavoro sporco” lo fanno i nomadi. Solo loro che incassano l’80% della dose collettiva annuale di radiazioni ionizzanti prodotte dal parco nucleare francese” “Quando ho cominciato a fare questo lavoro – racconta Jean Marc Pirotton – il mio capo mi parlava di rischio zero. Le centrali venivano definite ultrasicure. Poi hanno lasciato perdere il rischio zero ed hanno cominciato a parlarmi di rischio calcolato”. Oggi la dottrina della radioprotezione che viene divulgata negli stages impartiti al personale si fonda sul principio ALARA, un acronimo derivato dall’inglese (as low as reasonably acceptable) che lascia margini “interpretativi” importanti. Il livello massimo di radiazioni ionizzanti fino al 2003 era fissato a 50 millesivert annuali per i lavoratori del nucleare e di 5 millesivert per la popolazione (una dose calcolata sulla base delle osservazioni degli effetti della bomba atomica osservati sugli abitanti di Hiroshima e Nagasaki).

Questo livello in seguito è stato rivisto al ribasso su pressione degli organismi internazionali ma nel contempo è stato spalmato in maniera diseguale lungo la linea gerarchica interna. La “dose” radioattiva “accettabile” per un pulitore di una ditta subappaltante è di fatto più elevata di quella di un tecnico specializzato di EDF. A lanciare l’allarme non sono solo gli antinuclearisti irriducibili o qualche associazione di scienziati “fuori dal coro” (vedere http://www.criirad.org e http://www.global-chance.org) Marcel Boiteux ex direttore generale di EDF ammette che “ormai si è oltrepassato il segno.

Il fenomeno dei subappalti è diventato una mania. Il rischio è quello di una perdita del controllo sulla catena produttiva e di un impoverimento delle competenze e della professionalità che un giorno potrebbe portare al disastro”. La casta tecnocratica che pianifica lo sviluppo di un settore chiave come quello del nucleare esercita una forte pressione non solo sulle ditte che per accaparrarsi commesse tendono a tagliare i costi ma anche sui propri dipendenti. Chi non rispetta la regola del silenzio rischia grosso. E’ il caso di Serge Serre, tecnico EDF con 30 anni di esperienza alle spalle, che dopo aver denunciato alla direzione i tagli degli effettivi alla centrale di Cruas e i conseguenti rischi per la sicurezza è stato licenziato in tronco.

Trattato come un rompiballe, troppo zelante ed allarmista. Serge oggi ha perso il suo status e lavora a chiamata. E’ stato uno degli animatori del blocco della centrale che nel 2008 ha costretto la direzione al reintegro di alcune decine di persone rimaste a spasso dopo un repentino cambio di appalto.

Molti altri suoi colleghi pero’ hanno deciso di abbandonare questa lotta impari. “Ho preferito andarmene – racconta il radiologo Christian Ugolini - la gestione delle centrali oggi si basa esclusivamente sul ricatto e la paura. Prima chi sbagliava ammetteva il proprio errore, lo comunicava alla direzione e ai colleghi per porvi rimedio . Ora sta zitto nel timore di venire allontanato. E’ una dinamica molto pericolosa”. Ricordate l’epidemia di suicidi causati dal mobbing iperproduttivista a France Telecom? Ebbene non si trattava di un caso isolato. Le centrali nucleari hanno anch’esse le loro “scorie umane”. “Ho tentato di farla finita gettandomi nel Rodano con una pietra al collo – racconta Jean Luc Lacroix istruttore in radioprotezione - mi hanno salvato ma 13 miei colleghi invece si sono tolti la vita per davvero. L’ultimo si è suicidato qualche settimana fa lanciandosi giu’ da una scogliera in Normandia”. “Forse per rimettere in discussione l’intero sistema dovremo aspettare una nuova Chernobyl” osserva un delegato sindacale della CGT. José Andrade, un suo collega, è più cauto. “Anche un incidente grave non servirebbe: proverano comunque ad addossare la responsabilità agli anelli più deboli della catena”. I fatti sembrano dargli ragione: è l’Agenzia nazionale per la sicurezza nucleare a repertoriare un totale di 10786 incidenti “significativi” prodottisi nelle centrali francesi tra il 1986 e il 2006.

Nel luglio del 2008 sul sito di Tricastin prima venne registrata una fuoriuscita di materiale radioattivo che si ando’ a riversare nelle acque del Rodano. Poi una panne alla condotta di uno dei reattori provoco’ la contaminazione di un centinaio di lavoratori. Ma l’incidente è stato presto dimenticato. EDF, AREVA e GDF-Suez avevano preoccupazioni più urgenti. Lanciate alla conquista del mercato globale stanno caparbiamente cercando di “piazzare” i reattori EPR di “nuova” generazione in paesi compiacenti (vedi Italia). I flop e i costi esorbitanti già inanellati in questi anni non bastano a fermarli.

A chi ora continua a progettare“affari” citando il modello francese come luminoso esempio di sviluppo risponde Philippe Billard decontaminatore “contaminato” e lucidamente pessimista: “faremo la stesse fine di quelli dell’amianto. E non potremo chiedere il conto a nessuno perche le contromisure sono già state prese: hanno subappaltato tutto, rischi e responsabilità”. L’Enel e il governo Berlusconi sono pronti a seguire la stessa strada.

Con le aggravanti tipiche del nostro paese purtroppo facili da intuire.

Pillole allo iodio

http://www.pressante.com/ambiente-e-salute/1442-pillole-allo-iodio.html


Scritto da Alessandro Iacuelli
Venerdì 19 Giugno 2009 00:00
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A partire da oggi ha preso il via in Francia la distribuzione di pastiglie di iodio nelle aree intorno alle centrali nucleari. "La campagna di distribuzione delle compresse di iodio si rivolge a tutte le persone che vivono in un perimetro di 10 chilometri intorno ad una centrale nucleare", è scritto in un comunicato sul sito ufficiale della campagna, che è www.distribution-iode.com.

Il comunicato continua così (scusate qualche errore di traduzione, ma non sono un professionista della lingua francese): "In pratica riguarda circa 400.000 abitazioni e 2000 edifici pubblici ripartiti in circa 500 comuni. Le scatole delle compresse sono da ritirare nelle farmacie situate in queste zone. Si tratta di un'azione di prevenzione, che si inscrive all'interno di un insieme di azioni di protezione quali la messa al riparo della popolazione, l’evacuazione o le restrizioni alimentari. La distribuzione di iodio... è rinnovata regolarmente, la data di produzione delle compresse permettono di controllare la loro validità. Le compresse di ioduro di potassio utilizzate per la campagna 2009 sono dosate a 65 mg, rimpiazzando quelle a 130 mg utilizzate durante la campagna precedente. Questo cambiamento di dosaggio implica una modifica della posologia e facilita l'uso del medicinale per i bambini e le donne che allattano".

La nuova campagna di distribuzione di iodio è organizzata dall'Autorité de sûreté nucléaire e dai ministeri degli interni e della sanità, con la partecipazione del gigante nucleare Edf, dell’Ordine e dei sindacati dei farmacisti francesi e dell’association nationale des commissions locales d’information. "Il suo obiettivo", spiegano gli organizzatori, "é quello di rendere I cittadini protagonisti della loro protezione in caso di incidente nucleare dando loro dei messaggi chiari: in caso di incidente nucleare, l'ingestione delle compresse di iodio stabile è un modo semplice ed efficace per proteggere la tiroide contro gli effetti dello iodio radioattivo; la protezione dei giovani di meno di 18 anni e le donne anziane è prioritaria, essendo i più sensibili alle fuoriuscite di iodio radioattivo; l'ingestione di iodio stabile deve essere combinata ad altre azioni di protezione".

Ovviamente non dicono che dietro c'è il fatto che solo nel 2008 hanno avuto, sparso su tutto il territorio, almeno 20 incidenti nucleari, ma questo è solo un dettaglio.

Fatto sta, che il fatto di dover prendere pastiglie di iodio è leggermente inquietante, o sono io che esagero? Fatto sta che la rete di associazioni Sortir du nucléaire scrive: "Queste distribuzioni, così come le simulazioni di incidenti nucleari organizzate intorno alle centrali, sono delle vere e proprie prese in giro. Ovviamente, il vero obiettivo delle autorità è quello di fare in modo che le persone accettino la possibilità, altrimenti intollerabile, di una catastrofe nucleare. In caso di incidente nucleare le pastiglie di iodio non salveranno nessuno: una nube del tipo Chernobyl comprende decine di elementi radioattivi e non solo lo iodio. Ora, non esistono delle pastiglie contro gli altri elementi. Con queste distribuzioni ed altri esercizi ridicoli, le autorità ammettono, tuttavia, che il peggio è possibile e che può verificarsi una tragedia equivalente a Chernobyl. Ma le autorità non forniscono le risposte alle domande davvero fondamentali: In caso di dramma nucleare, che fare degli abitanti della regione interessata? Come evacuare centinaia di migliaia di persone? Dove evacuarle? Per quanto tempo? Il perimetro di qualche chilometro riguardante le attività ufficiali e le distribuzioni di pastiglie di iodio è proprio ridicolo".


Per gli antinuclearisti francesi le compresse sono in realtà un placebo politico preventivo.
"Il nucleare", dice ancora Sortir du nucléaire, "è un rischio non paragonabile a tutti gli altri. La sola maniera per proteggersi contro questo rischio è di chiudere al più presto tutti gli impianti nucleari, militari o civili, e non di organizzare delle derisorie esercitazioni e delle distribuzioni di pasticche che non salveranno nessuno in una situazione reale".

Teoricamente potrei anche essere d'accordo, ma purtroppo l'avere una cultura scientifica di base mi impone, a livello personale, che la sola chiusura degli impianti non basta, se poi non si trova (e non si può trovare) dove mettere i combustibili nucleari, irraggiati e non irraggiati, già divenuti scorie o ancora sfruttabili. Nel frattempo, attendiamo che anche da noi vengano a darci le pasticche.

Energia nucleare in Francia

http://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_in_Francia

domenica 29 marzo 2009

Scorie radioattive a rischio ad Asse in Germania

Bufera sulle scorie tedesche

Dure polemiche in Germania per i miliardi imprevisti che dovranno essere spesi per un deposito di scorie nucleari che non sarebbe più a tenuta stagna. I costi saranno quasi certamente a carico dal governo federale. Nelle ultime settimane in Germania è di nuovo cresciuta la tensione riguardante il deposito sperimentale di scorie radioattive di Asse, situato tra Amburgo e Hannover.
Già nel corso del 2008 Asse era stato al centro di forti polemiche. Per molti anni era stata tenuta segreta la penetrazione di una soluzione salina nella caverne sotterranee che contengono 126.000 fusti di materiale radioattivo che vi furono calati tra il 1967 e il 1978. La contaminazione radioattiva della soluzione salina ha fatto ritenere che alcuni dei fusti che contengono le scorie non siano più stagni. Le analisi hanno portato alla luce una serie di irregolarità amministrative che hanno portato al ritiro della delega per la gestione del sito.

Data l'impossibilità di far defluire ulteriormente i liquidi penetrati a tali profondità, si è reso necessario trasportare parte del materiale contaminato in superficie, con costi economici e rischi ambientali imprevisti. Inoltre, cresce la preoccupazione per il pericolo di crolli e della possibile contaminazione di sistemi acquiferi sotterranei che potrebbero risalire in superficie.
Quando il sito sperimentale fu inaugurato negli anni '60 tali infiltrazioni erano state ritenute impossibili, tanto che Asse era considerato un possibile sito per il deposito finale delle scorie radioattive, che doveva garantire lo stoccaggio per migliaia di anni.
Come in tutti gli altri paesi del mondo, a parte la Finlandia, il sito per lo stoccaggio definitivo non è ancora stato stabilito. La sequela di problemi sul sito provvisorio di Asse rendono la discussione sull'individuazione del sito definitivo ancora più difficile, data la preoccupazione del governo e dell'opinione pubblica, specialmente nelle regioni interessate.

Attualissima invece è la discussione sui costi imprevisti per il tentativo di risanare il sito di Asse, o almeno di salvare il salvabile, evitando di perdere il controllo sul materiale radioattivo che vi è conservato. Le stime dei costi continuano a crescere e hanno già superato i 2 miliardi di euro. Le aziende elettriche che gestiscono le centrali nucleari hanno a lungo sostenuto che solo una frazione trascurabile del materiale radioattivo parcheggiato ad Asse fosse stato prodotto da loro. Questa versione era stata sostenuta anche dal Ministero per la Ricerca, responsabile del sito, che aveva parlato di una quota del 5% derivante dalle centrali elettriche.

Documenti che Greenpeace ha messo a disposizione della stampa mostrano invece che la quota delle scorie derivante dalle centrali atomiche supera il 70%, tenendo in considerazione anche il materiale proveniente dal centro di riprocessamento di Karlsruhe, però prodotto in origine dalle centrali elettriche. Greenpeace chiede che siano le aziende elettriche a pagare i costi del risanamento, ma queste replicano che i contratti di smaltimento le liberavano completamente dalla responsabilità sul futuro trattamento del materiale radioattivo. Pare probabile che alla fine i costi saranno presi in carico dal governo federale. Probabilmente la soluzione migliore se si vuole investire rapidamente per limitare il danno.

Lo scarica barile ha funzionato per 40 anni. Un periodo lunghissimo se si volesse cercare di fare pagare i costi a chi ha prodotto e consumato l'elettricità nucleare nel periodo 1967-1978. Un periodo ridicolamente breve se lo si compara con millenni di radioattività emessa dalle scorie.
Una cosa è certa: i costi di Asse terranno occupati i nostri figli, nipoti e così molte generazioni a venire. Anche secoli dopo che le riserve mondiali di uranio saranno completamente esaurite.

Raffaele Piria - Solarpraxis (Berlino)



Sempre in riferimento al problema delle scorie di Asse e presenti in generale in Germania pubblichiamo una nota di Alex Sorokin

In un breve articolo apparso sul settimanale Der Spiegel (4/2009) si era denunciato il rischio di crolli nel deposito per scorie nucleari di Asse in Germania. Qui si affermava che i promotori del nucleare sostengono che le miniere di sale (come ad Asse) possono essere considerate affidabili come depositi a lungo termine per le scorie radioattive in quanto rimaste inalterate per milioni di anni e mai invase dall'acqua. Al contrario sembrerebbe che ad Asse la solidità strutturale della miniera è talmente compromessa che soltanto una parte dei fusti contenenti le scorie risulta recuperabile. Un aspetto gravissimo in quanto in un deposito nucleare a lungo termine tutte le scorie devono essere sempre recuperabili, in modo da poter intervenire per ripristinare il confezionamento in caso di degrado nel tempo per corrosione e/o altro.

Va aggiunto, rispetto all’articolo, che come in altri depositi nucleari tedeschi, ad Asse ci sono anche molti altri problemi, tra cui l'entrata quotidiana di salamoia (una decina di metri cubi al giorno) da una falda finora non identificata. L'effetto è che in 40-100 anni i fusti contenenti le scorie radioattive si saranno disintegrati per corrosione. Quindi il loro contenuto di scorie radioattive contaminerà le falde di salamoia, con il risultato che prima o poi questa acqua, contenente sostanze radioattive, raggiungerà la biosfera in superficie.


27 febbraio 2009

martedì 24 marzo 2009

NUCLEARE: LA FRANCIA RISARCISCE VITTIME

Per i test effettuati tra il '60 e il '96, stanziati 10 mln euro
(ANSA) - PARIGI, 24 MAR - Il Governo francese risarcira' le vittime dei passati test nucleari ed ha gia' stanziato un fondo iniziale di 10 milioni di euro. Lo afferma il ministro della Difesa francese Herve Morin al quotidiano Le Figaro.La Francia ha a lungo rifiutato di riconoscere ufficialmente un legame tra i 210 test effettuati tra il 1960 e il 1996 in Algeria, nella Polinesia e nell'Oceano pacifico, ed i disturbi riportati da militari e civili coinvolti. Circa 150mila persone sono teoricamente ammalate.

lunedì 23 marzo 2009

Lo scandalo della Francia contaminata

Da;
http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=578.0


Con molta discrezione nelle campagne francesi, in prossimità dei villaggi o delle città, sono state disseminate, o sepolte metodicamente nel corso di decenni, scorie radioattive.
Peggio ancora, a volte sono servite per costruire strade, parcheggi, ed alloggi, scuole o aree gioco per bambini...senza alcuna allerta sui rischi connessi!
Dal 1945 al 2001 la Francia ha sfruttato 210 miniere d'uranio sul proprio territorio. Queste hanno prodotto 300 milioni di tonnellate di rifiuti radioattivi che sono stati abbandonati senza misure di protezione o di sorveglianza particolare.
Chi sono i responsabili? Perchè coloro che hanno cercato di lanciare l'allarme non sono stati ascoltati? Perchè lo stato non ha allertato le persone? La gente è in pericolo?

domenica 12 ottobre 2008

CENTRALI NUCLEARI :Conseguenze sanitarie e danni biologici dalle radiazioni

Da www.progettohumus.it



Con la radioattività non si scherza. Ne sapevano qual­cosa i primi fisici che all'ini­zio del secolo scorso provarono sulla propria pelle che cosa voleva dire essere sot­toposti alle radiazioni degli elementi che si iniziava a studiare proprio in quegli anni.

Nella filiera nucleare si ha ovviamente a che fare con molte radiazioni, e non soltanto quando avvengono degli incidenti. «La centrale è uno degli elementi fonda­mentali del ciclo del com­bustibile nucleare, ma non è l'unico - afferma » Giuseppe Onufrio, direttore del settore Campagne di Greenpeace -.

Emissioni di radioattività si producono dalla culla alla tomba e cioè dalla miniera al ritrattamen­to del combustibile, certa­mente la fase più sporca, e anche dai depositi di scorie. Le emissioni radioattive in atmosfera da una centrale sono prevalentemente costi­tuite da isotopi radioattivi di gas nobili come lo Xeno e il Krypton e quelle in ac­qua dal trizio e possono va­riare abbastanza da impian­to a impianto e da anno ad anno. Le dosi annuali per i gruppi più esposti della po­polazione, come riportate dalle statistiche ufficiali, possono variare da frazioni minime della dose massima ammessa a quote più eleva­te ma generalmente al di sotto dei limiti. Va però ri­cordato che non esiste una soglia al di sotto della quale si è a rischio zero.» A differenza di quello che si sente comunemente dire, una centrale nucleare in condi­zioni di funzionamento normale produce quindi un in­quinamento ambientale da radiazioni, che possono es­sere assunte dai lavoratori e da chi vive nelle vicinanze. Ma queste persone quanto rischiano? «La ICRP (lnternational Commission on Radiological Protection) è la Commissione creata nel 1928 che detta le racco­mandazioni e le normative in merito - afferma Gianni Mattioli, professore di Fisica Matematica all'Università La Sapienza di Roma e storico esponen­te del movimento ambienta­lista -. Essa definisce il si­gnificato di dose massima ammissibile non come la dose al di sotto della quale non si corre nessun pericolo, ma come la dose di ra­diazioni per cui i rischi per la salute umana (tumori, leucemie, danni genetici) si ritengono compatibili coi benefici economici. Ciò si­gnifica che alla dose massi­ma ammissibile si viene esposti a un certo tasso di rischio. Si calcola che ogni 10.000 lavoratori del setto­re nucleare ci siano in me­dia 10 morti l'anno dovute alle radiazioni, quindi 300 morti in 30 anni di attività ­prosegue Mattioli -. Se pen­siamo alla Fiat degli anni d'oro, quando contava ben 80.000 lavoratori, questo avrebbe significato 80 mor­ti l'anno: si sarebbe chiesto a gran voce di chiudere quelle fabbriche. Non pos­siamo che esprimere il no­stro stupore per il fatto che oggi, in un momento stori­co in cui in Italia si riparla di nucleare, questi temi sia­no completamente scom­parsi - conclude Mattioli -. Sono scandalizzato soprat­tutto dal fatto che un medi­co di prestigio come Umberto Veronesi quando parla di nucleare non ne faccia cenno.»